Che fine hanno fatto i giovani?

Sotto un sole bollente mi è capitato di leggere un interessante articolo su La Repubblica di ieri, a firma di Alessandro Rosina, in merito alla generazione perduta degli under 30.Ed è da questo che ne scaturisce una domanda, logica, quasi naturale: che fine hanno fatto i giovani? Sono al mare, giustamente – risponderei. Il senso è tutt’altro, per fortuna. Fino a non molto tempo fa ci si riempiva la bocca dei famigerati Neet, ovvero quei ragazzi usciti dal percorso formativo ma non (ancora) entrati nel mondo del lavoro. Dante, forse, ne avrebbe fatto un girone infernale. Invece, ora, pare non ve ne siano più, come fossero scomparsi. Ovviamente non è così. Emerge, ancora una volta, che siamo sul podio, con medaglia d’oro, dei record al contrario: il nostro caro bel paese registra il più alto numero di Neet. Insomma, un dato emblematico, su cui riflettere. Anche Il Mattino di oggi narra di un vero e proprio esercito di giovani (i Neet) tra i 15 ed i 35 anni legati tutti da un filo comune: la disoccupazione. Il tasso in questa fascia è del ben 75%. È l’Istat a sancirlo. Nel Mezzogiorno questo dato è ancor più elevato: un giovane su due risulta inattivo. Dei dati impressionanti.  Ed il risveglio è meno dolce stamani, senza dubbio.

La logica conclusione è che più i paesi forniscono ai giovani strumenti concreti di incontro tra domanda ed offerta di lavoro e più il numero di inoccupati si abbassa, ovviamente. E noi come rispondiamo? Con i voucher, certamente.

Ad oggi, la maggior parte dei giovani più fortunati, i privilegiati – oserei aggiungere -, hanno un lavoro part time, motivo per il quale le prospettive di vita e, senza dubbio, di futuro sono compresse, dimezzate. Tutto ciò, sommato a chi un lavoro non ce l’ha affatto, apre le porte al mondo dell’incertezza, dell’instabilità. Non è un caso che il numero di giovani italiani che vive in autonomia è nettamente inferiore rispetto al resto d’Europa. Ecco “perché bamboccioni” direbbe Fornero. In un mercato claudicante, nonostante la narrazione del racconta storie di turno dica altro – strumentalmente, questo è ovvio -, in un paese in cui la meritocrazia la si intravede all’orizzonte, ma è difficilmente palpabile, a perderci è la politica vera che tarda a dare risposte, lasciando spazio al demagogo di turno che trova un ampio viadotto preferenziale attraverso il quale professare soluzioni salvifiche. O semplicemente fare l’elenco di quello che non va.

Tutto ciò, cum grano salis, non fa che corrodere l’avvenire delle nuove generazioni che potrebbero dirsi smarrite, perdute di fronte alla cortina di indecisione ed incertezza con la quale stanno facendo i conti, ormai da tempo. E solo una politica incisiva, in grado di mettere in campo azioni concrete e mirate, potrà fornire i mezzi necessari affinché i giovani possano riprendersi ciò che gli spetta: il proprio futuro.

In fondo il problema riguarda un po’ tutti noi, la generazione degli stage infiniti; delle coraggiose avventure estere in cerca di fortuna. Siamo la generazione degli inquantificabili “le faremo sapere”; delle esperienze Erasmus che ti cambiano la vita; delle vacanze low cost in tenda perché l’agenzia di animazione ha tardato nei pagamenti; siamo la generazione dei fidanzamenti infiniti perché quella tanto agognata stabilità tarda ad arrivare; siamo la generazione dei call center; delle vendite porta a porta; siamo la generazione dei lunghissimi viaggi in treno all’alba per raggiungere la scuola; siamo la generazione che con un pizzico di fantasia vorrebbe cambiare il mondo; siamo la generazione a cui una porzione di futuro è stata sottratta per far spazio ad altri, ad altro. Ma siamo anche la generazione che giorno dopo giorno si rimbocca le maniche per riprenderselo quel futuro. Gli spetta, ineccepibilmente.

Che la sinistra, dopo aver smesso di badare alla cosce dell’avvenente di turno, ritorni ad occuparsi, tra l’altro, di politiche giovanili, di lavoro, di crisi della rappresentanza, di welfare, di diseguaglianze e di fasce deboli.

Solo così potremo recuperare la fiducia di quegli elettori, la nostra base, che hanno, negli ultimi tempi creduto, in altro, che si stanno allontanando sempre più. Assistiamo, più o meno inermi, all’erosione di quei valori fondativi della nostra comunità. E non possiamo esimerci dall’evitare lo sfaldamento di quanto di bello è stato fatto, di quello per cui c’è chi si è battuto, chi ha lottato. Lo dobbiamo ai giovani, al nostro popolo, al paese intero.

I Giovani Democratici di Napoli sono pronti a strutturare l’istituzione di un osservatorio metropolitano sulla disoccupazione giovanile e di sportelli di orientamento al lavoro presso scuole superiori, Università e circoli territoriali.

 

Pasquale Incarnato
Responsabile Lavoro GD Napoli

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